Archivi del mese: gennaio 2007

I love you, raianeer.

 

La raianeer mi ha appena mandato un'imeil con le congratulazioni. Sono la cliente dell'anno. Anzi, del decennio. Il signore irlandese con il sigaro ha in programma una visita ufficiale a Logoborro per venire a congratularsi con me. Mi porterà aggratis l'aeroplanino per i bambini, quello grasso che vendono a 9 sterline sul volo, e anche uno di quei cappuccini finti, che ci versano l'acqua calda e il cappuccino appare per magia. Tra una cosa e l'altra cercheranno certo di vendermi la carta di credito ryanair e anche un super VIP pass che mi permetterà di entrare sull'aereo prima di neonati bambini disabili donne in stato interessante (e di scendere però per ultima) al costo di sole 50 sterline. Mi costringeranno a comprare il bonus chilo-più, che non è un pasto dietetico, ma un nuovo sconto che ti risparmia il chilo in eccetto approssimando il peso della valigia per difetto. E di sicuro mi toccherà aderire all'iniziativa “affancul'airport”, una navetta spaziale che ti porta per sole 100 sterline dal centro della tua città proprio laggiù affanculo, all'aeroporto servito dalla ryanair. In ogni caso io ti amo. Amo tutto di te, raianeer. Le signorine sui voli, vestite di quei cappotti blu che non c'azzeccano mai la taglia giusta, che parlano inglese con quegli accenti improbabili che nessuno mai capisce e ogni tanto ridacchiano, con quei mogni in testa a forma di toro. Amo il sito web che più che una cosa seria sembra un casinò. Ti amo ogni volta che tenti di piazzarmi l'assicurazione nell'acquisto, ogni volta che tenti di piazzarmi 3 bagagli, ogni volta che tenti di piazzarmi l'albergo o la macchina. Ti amo perché accetti tutte le mie carte di credito burde, anche la SOLO, che SOLO io ho, e che SOLO tu ormai accetti, e che, si sa, è una SOLA. Ti amo e non c'è forse un motivo. O sì, forse senza te, non sarei mai partita.

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non solo fatti miei ma anche grandi racconti

 

Ieri ho preso la scossa sotto la doccia. Oggi ho acceso il computer con il pensiero. E mando messaggi telepatici al mio canarino Pasqualino che mi risponde felice dal paradiso dei canarini. Avevo due canarini, Gennarino e Gennarina. Portati con noi sulla tirrenia da Napoli. Gennarina faceva le uova e Gennarino cantava. Gennarino non faceva all'ammore con Gennarina, infatti le uova non erano mai fecondate e non nascevano mai i piccolini. (ma che cose interessanti che mi trovo a scivere). Un giorno vennero i ladri e saltarono sul mio terrazzo al primo piano per rubare gli uccellini. Boh. Allora comprammo Pasqualino. Pasqualino era giallo e carino. Io cercavo di insegnare a parlare a Pasqualino. Infatti mi mettevo tutti i pomeriggi davanti alla gabbietta e ripetevo l'alfabeto. Lui cantava. E faceva anche il tipico verso Hain. Dopo un pò capiqui che non avrebbe mai imparato l'alfabeto, invece io imparaqui il verso Hain. Lui faceva hain e io ripetevo hain. Oppure io facevo hain e lui ripeteva hain. Finché non cominciammo a capirci. Pasqualino è stato il mio primo migliore amico. Ma vennero i ladri e rubarono anche Pasqualino. Comunque ora sta bene, dice. M'ha dato anche i numeri per il lotto. Beh, che c'è di strano? Dev'essere stata la scossa elettrica.

trucco sceso

 


Non so perché ma m'è venuto in mente stamattina di un venti maggio di più di dieci anni fa, tornando a casa forse all'una e mezza di notte, passando davanti allo specchio dell'androne del mio palazzo. Notai (vedi uso del passato remoto) i miei occhi neri di trucco sceso. E pensuppi (vedi cattivo uso del passato remoto) 'come ho fatto a baciarlo tutta la sera con il trucco sceso, avrà pensato che son bruttà. Mi viene in mente questa cosa per la prima volta adesso non so perché. Ma il trucco sceso è un simbolo. Di scompostezza, di sconfitta, di amaressa. Ma solo da quando son diventata grandetta. Oddio grandetta. Prima no. Prima che non sapevo un sacco di cose, avevo pensato solo di esser brutta. Invece ero bella. Ignara di essere bella e vincente. Ed ero felice. Spontaneamente ed incosciamente felice. Stamattina è proprio una mattina di merda.

 

Vorrei stare in fondo al mare nel giardino di un polpo all'ombra.

No, perché a volte uno canticchia e non si rende conto.

Comunque lo vorrei.

 

 

io mi ci affeziono ai posti, anche se non vorrei

 

Lo pensavo ieri notte e lo penso stamattina sul bus giallo che mi porta ancora mezza addormentata. Mi lascio far sobbalzare dalle spiidhamps e chiudo gli occhi manco fossi un inglese sulla mentropolitana che torna da lavoro. C'ho la giornata al contrario. Il mio lavoro è la vita sociale e a lavoro mi riposo. Devo smetterla. Tipo stasera. C'è la serata poker a casa mia. No, dico, la serata poker, bisogna anche mettersi d'impegno per fare 'ste cose. Va bé, torno a riposarmi.

neve

 

Ha quella consistenza che ogni volta mi dimentico com'è. Stanotte nevica a Logoborro.

 

ogna jazza

 

C'ho i mignolozzi dei piedi ancora congelati. E l'inverno non viene e l'inverno non viene e l'inverno non viene. E le temperature record e le temperature record. E gli alberi in fiore. Alberi in fiore, inverno non viene, temperature record un corno. Ogna freddo.

 

Ma, dicono, lamentarsi non serve. Chiudo gli occhi e faccio finta di essere a cala brandinchi alle 7 di sera del 12 di luglio quando non fa più quel caldo insopportabile, il milanese è tornato in barchetta, il sole è basso basso, io sono sul mio asciugamanino con le mani e i piedi che sfrusfugliano la sabbia calda calda morbina fine bianca, c'ho la pelle marrone, i capelli secchi, manco più la salsedine addosso, qualcuno dice andiamo, sì andiamo, poi ci si addormenta invece un'altra mezz'oretta e ci si sveglia che il sole è già tramontato.

 

No, non serve, cala brandinchi m'ha fatto venire la stristezza. Perché apro gli occhi e sono nel mio ufficio di logoborro, davanti alla finestra c'ho l'edificio grigio, alla mia sinistra il greco che lavora, dietro di me il cinese che fa il solitario, alla mia destra la bionda inglese che parla con l'amico. E fa freddo fa freddo fa freddo.

e la tempesta dopo la calma

 

La mia stanza puzza di caffé bruciato. Patroclo mi guarda da sopra la sua sciarpa con quel suo fare irritante “te l'avevo detto”. Patroclo ma tu non ne capisci una minchia di queste cose. Patroclo si offende. Il pavimento della mia stanza è sporco e forse è questo la causa di tutto. Esco senza fare la lavatrice. Senza farmi il pranzo. Senza telefonare a mia madre. Senza rifare il letto. Mi infilo un salvaslip fra le gambe con fare scocciato. Patroclo girati dall'altra parte.

la calma dopo la tempesta

 

Comunicato stampa. Siam sopravvissuti al vento. A Logoborro si registra

 

– quattro cinesi caduti dalla bici in campus;

– due cinesi che si son messi a piangere in ashby road;

– una cinese che ha perso il cappello;

– il vaso di fiori della casa dei vicini cinesi é caduto ed ha ucciso un ragnetto;

- cinque rami di alberi caduti, di cui uno aggiummai non prendeva un cinese.

 

Inoltre

 

– avvistate tre cinesi che camminavano per mano ridacchiando nei pressi di saynsbury's.

– mawiapia sfoggia il suo cappellino da neve con pom pom ed riceve grandi apprezzamenti da tutte le cinesine incontrate.   

 

sono un'ameba

 

Il pomeriggio passa lento. Passo a fare una cosa dopo un'altra senza senso. Poi penso, devo fare questa altra cosa, che poi non faccio per farne un'altra a cui non avevo pensato per poi interromperla per riprendere una cosa che avevo cominciato settimane fa e che non avevo finito per iniziare qualcosa a cui avevo appena pensato. Mi manca organizzazione. E un obbiettivo. Mi manca anche la mamma. Ma soprattutto mi manca ambizione.

 

Sono un'ameba. Anzi non lo sono ma vorrei esserlo. Daltronde è da lì che vengo. I padri dei mie padri dei mie padri dei miei padri erano amebe. Morbide e sviscide. Sento il richiamo ancestrale dell'ameba. Sento le mie origini che mi vogliono indietro ad amebeggiar nel mar.